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Toro | mercoledì 11 ottobre 2017, 06:32

Eterna farfalla granata

Si chiamava Luigi Meroni, detto Gigi, veniva da Como e vestiva la maglia granata numero sette del Torino.

Era l'estate del 1967, Torino era una tranquilla città operaia ancora lontana dall’essere attraversata, scossa e profondamente cambiata, dai fermenti dell’autunno caldo del ’68, ma qualcosa in pentola bolliva.

Due dei maggiori industriali cittadini, l’illustre discendente della nobile famiglia che da Torino, grazie alla sua manifattura di automobili, dettava leggi e tempi in tutta Italia e il ruspante figlio del popolo, che dalla provincia mantovana, come semplice elettricista, era venuto a Torino a cercare fortuna e con le sue mani e la sua operosità se l’era creata, avevano sottoscritto un patto per scambiarsi qualcosa di prezioso. Anzi, qualcuno.

Era un ragazzo di soli 24 anni, timido ed introverso che amava disegnarsi i suoi vestiti e dipingere, che abitava in una soffitta su piazza Vittorio con una donna sposata che aveva lasciato il marito. Insomma, qualcosa di fuori dal comune, specie per quei tempi. Qualcosa di assolutamente fuori dal comune anche, anzi, specialmente sui campi di calcio, dove, calzettoni abbassati, si impossessava del pallone e ci parlava, dandogli del tu e proferendogli frasi di poetica dolcezza.
Si chiamava Luigi Meroni, detto Gigi, veniva da Como e vestiva la maglia granata numero sette del Torino.

Nella stagione calcistica 1967/68, sarebbe passato in forza alla Juventus, la rivale cittadina, a darle ancor maggiore vigore sportivo e classe. Ma questo matrimonio, per dirla col Manzoni, non s’aveva da fare. Saputo dell’accordo, i tifosi granata, da sempre caldi e appassionati sostenitori della squadra, dodicesimo uomo in campo a tutti gli effetti, scesero in piazza.

Si badi bene, non i tumulti culminati in disordini e violenze cui ci capitò di assistere venticinque anni dopo per il passaggio di Lentini dal Torino di Borsano al Milan di Berlusconi, perché i tempi non erano quelli, ma qualcosa di analogo, fatti i dovuti raffronti tra le due società e i due periodi in cui si svolsero. Sufficienti comunque, a convincere i patron delle due squadre cittadine a soprassedere, almeno per un anno, e a lasciare Gigi dove stava. Un altro Gigi, Simoni, sarebbe passato in maglia bianconera, a compensazione, in attesa, l’anno successivo, di concretizzare il passaggio tra le due squadre.

Ma il destino, che nella storia del Toro ha avuto così grande peso, aveva deciso diversamente: Gigi sarebbe rimasto granata per sempre. Il ragazzo, che per misteriosa casualità portava nome e cognome del pilota del G212 che si schiantò a Superga, domenica 15 ottobre 1967, al termine della gara interna contro la Sampdoria, rientrando a casa dopo la cena con l’amico e compagno di squadra Fabrizio Poletti, fu falciato, in mezzo a corso Re Umberto, da due auto, una delle quali condotta da Attilio Romero, giovane tifoso granata, che di Meroni aveva fatto il suo idolo e che, incredibile destino granata, trent’anni dopo divenne presidente proprio del Torino, l’ultimo prima del fallimento del 2005.

La Farfalla Granata, come fu soprannominato, aveva terminato il suo volo tra i verdi campi di calcio della terra e quelli azzurri del cielo.
Domenica prossima, il Torino giocherà a Crotone con l’obbligo morale di ricordare ed onorare, nel cinquantesimo anniversario della sua tragica scomparsa, quel ragazzo dal sorriso triste e dalla classe cristallina.

A me piace pensare che, con uno dei guizzi che l’avevano contraddistinto nella vita privata come nella carriera calcistica, Gigi avrebbe trovato il modo di dribblare questo trasferimento cittadino, da una sponda all’altra del Po e avrebbe concluso la sua fulgida carriera con la casacca granata numero sette, che custodiamo al Museo.

Ma queste, probabilmente, sono le fantasie di un inguaribile romantico, innamorato perso di qualcosa che oggi non c’è più

Domenico Beccaria

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