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Toro | mercoledì 06 dicembre 2017, 09:01

Mai una gioia?

Una vittoria, sei pareggi e tre sconfitte, nove goal fatti e sedici subiti nelle ultime dieci gare, sono una media da retrocessione, non da squadra con ambizioni europee

Una vittoria, sei pareggi e tre sconfitte, nove goal fatti e sedici subiti nelle ultime dieci gare, sono una media da retrocessione, non da squadra con ambizioni europee.
Eppure la squadra che detiene questo poco invidiabile ruolino di marcia, ad agosto, parlava apertamente di terminare il campionato nelle prime sei o sette squadre, in modo da garantirsi l’accesso alle competizioni europee. Stiamo parlando del Torino di Sinisa Mihajlovic, alla sua seconda stagione sulla panchina granata.

Alla fine del girone d’andata, termine in cui è possibile distillare le prime considerazioni con qualche fondamento, avendo incontrato tutte le avversarie, mancano due gare proibitive, almeno sulla carta e altre due abbordabili, sempre sulla carta e dopo uno scoppiettante avvio di stagione, i granata sono mestamente tornati ad essere una “squadra di destra”, non per le simpatie politiche, quanto per la posizione in classifica e nulla fa pensare che prima del giro di boa la situazione possa cambiare. Oddio, se per quello, nemmeno a lunga scadenza le prospettive appaiono più rosee, ma non fasciamoci la testa prima di essercela rotta.

Quali sono dunque i mali e quindi i possibili rimedi?
Sicuramente la mancata cessione di Belotti, che ha polarizzato e sotto un certo punto di vista anche “ingessato” il mercato granata, ha sicuramente pesato grandemente sulla visione globale della formazione della rosa da mettere a disposizione del mister serbo. La partenza di Benassi ha certamente indebolito il centrocampo che non è stato rinforzato a dovere, così come l’ormai usuale cessione “last minute”, che quest’anno ha visto protagonista Zappacosta, ha tolto alla fascia destra un cursore di sicuro valore. Il contestuale arrivo di Berenguer, spacciato come un fenomeno, quando non è nulla più di un onesto mestierante, unito a quello di Niang, a quanto pare fortemente caldeggiato da Sinisa in persona, altro buco nell’acqua come qualità e quantità del rendimento dimostrato fino ad oggi, non hanno fatto fare il salto di qualità sperato.

Si aggiunga appunto la mancata cessione di Belotti, che avrebbe portato l’arrivo di Duvan Zapata, e il successivo, imprevedibile, infortunio del “gallo” e la frittata è fatta. Da quando s’è fatto male Andrea, complice anche l’inopinata e frettolosa cessione di Maxi Lopez, li davanti non l’ha più messa dentro nessuno. E anche dopo il suo rientro, il centravanti granata e azzurro, non è più riuscito a offrire il rendimento che lo scorso campionato lo aveva fatto acclamare come il fenomeno offensivo dell’anno e aveva fatto lievitare il valore del suo cartellino. Tutto qui? No, sarebbe troppo semplice.

Bisogna aggiungere la miopia o la testardaggine, fate voi, di Miha, che ha insistito per troppo tempo su un fragile centrocampo a due, che era spesso in balia degli avversari e spezzava in due la squadra, togliendo il tassello fondamentale del centro nevralgico del gioco dalle nostre mani. Ancora adesso, a volte, ci ricasca quando, preso dalla disperazione, toglie qualcuno in mezzo per aggiungere peso in avanti, a cercare di recuperare o sbloccare il risultato. Peccato che dalla panchina granata, alla voce “reparto offensivo”, l’apporto sia pressoché nullo.

E qui entra in ballo il terzo responsabile di questa situazione deprecabile: la dirigenza. Che si voglia scaricare la responsabilità su Petrachi, o che la si voglia attribuire a chi tiene in mano il portafoglio, ovvero Cairo, pare evidente che quando da anni le entrate di mercato superano le uscite, generando le ormai famigerate plusvalenze, il risultato sportivo non può che essere loro inversamente proporzionale. E fintanto che la policy aziendale sarà di vendere d’estate e non comprare d’inverno, è difficile ipotizzare un cambiamento epocale.

Per la carità, siamo una società solida, non potremo mai più fallire, (e chi se ne frega, la Fiorentina è fallita e guardate cosa ha fatto in questi anni, il Napoli è fallito e guardate dove sta adesso), ma il nostro destino sportivo è tristemente e chiaramente segnato. Una lunga serie di campionati mediocri, magari intervallati da qualche stagione un po’ più decente, causa soprattutto demeriti altrui, ci attende.

Con un po’ di fortuna, si arriverà a fine anno con qualche obiettivo ancora da inseguire, diversamente a gennaio, massimo febbraio, ci saremo già messi il cuore in pace e staremo a pensare alla stagione successiva, sicuramente portatrice di mirabolanti novità e gloriosi successi, come strombazzato dal “MinCulPop de noantri”,  che in estate, quando il calcio vero dorme e la tenzone è lontana, regala a tutti e a buon mercato sogni di gloria, salvo ridimensionarli drasticamente e dolorosamente un giorno dopo l’altro, una delusione dopo l’altra.

Domenico Beccaria

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