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Calcio | mercoledì 13 dicembre 2017, 17:59

Chi si accontenta gode...

Pare che produrre una fiction televisiva costi ben oltre il milione d’euro l’ora, mentre un talk show si faccia con tre o quattrocento mila euro

Sostiene Business Insider Italia, in un articolo apparso mercoledì 6 dicembre, che “Gli ascolti de La7 sono in caduta libera, ma per mascherare il crollo dell’audience – e scongiurare il rischio di perdite a bilancio – il gruppo editoriale di Urbano Cairo gioca la carta del servizio pubblico. Una strategia di medio periodo con la quale punta a strappare milioni di euro di canone alla Rai, confidando nell’aiuto della politica”.

Pare che produrre una fiction televisiva costi ben oltre il milione d’euro l’ora, mentre un talk show si faccia con tre o quattrocento mila euro. E quindi meglio puntare sulle telerisse a buon mercato piuttosto che su altri prodotti più costosi. Detto per inciso che non è mia intenzione entrare nel merito della questione, visto che ovviamente la direzione di La7 ha replicato a questo articolo, sostenendo a sua volta che le statistiche non tenevano conto di alcuni fattori e quindi non andavano prese così, alla lettera, ma dovevano essere oggetto di una rilettura critica ed analitica, resta lo stupore, per noi granata, che qualcuno si stupisca di queste scelte, peraltro legittime, relative alla produzione e al palinsesto dell’emittente, terza per importanza nel panorama televisivo nazionale, che spera di infilare il piedino nel duopolio Rai-Mediaset e ritagliarsi un ruolo di alto livello anche economico.

Al Toro, dopo i primi avventati anni, in cui fioccavano acquisti la cui dispendiosità era inversamente proporzionale all’utilità e al valore degli stessi, dopo continui cambi di allenatori e di direttori sportivi, in una girandola da far perdere la testa a chiunque, il Cairo 2.0 era diventato un parco e attento amministratore, molto più attento a far quadrare i conti economici che quelli sportivi, con tutto quel che ne consegue, sopratutto in termini di risultati sportivi e soddisfazioni per i tifosi.

E così le plusvalenze, termine diventato un sacro mantra da onorare a tutti i costi, in casa granata, hanno iniziato a farla da padrone. Sul suo altare sono stati sacrificati, negli anni, Grella, Dzemaili, Rosina, Ogbonna, Cerci, Immobile, Darmian, Glik, Peres, Maksimovic, Benassi e Zappacosta, con Belotti in rampa di lancio per lidi dorati. E mi scuso se ho scordato qualcuno.

Logica conseguenza di questa emorragia di talenti, il crollo della credibilità del manovratore, che è bene non dimenticarlo, nel 2005 aveva ereditato una società a costo zero o poco più, libera da debiti e vincoli, grazie al fallimento, ma soprattutto ricca di entusiasmo popolare per lo scampato pericolo, oltre, mi permetto di aggiungere, con la ciliegina sulla torta della contestuale retrocessione in B dei cugini di campagna, per “meriti extrasportivi”.

Ovvio corollario a questo flop nei consensi, la caduta di presenze allo stadio, che sempre più spesso presenta desolanti vuoti sugli spalti, solo occasionalmente colmati dalla presenza “precettata” dei ragazzini del settore giovanile, a ravvivare col colore granata delle loro uniformi, i grigi seggiolini vuoti.

Non sono un gran fruitore di televisione e, detto proprio papale papale, non me ne può fregare di meno di come vada La7 e le altre imprese del gruppo Cairo, visto che s’è abbondantemente capito che è assolutamente fallace l’equazione “Cairo più ricco e più potente nei posti che contano uguale Toro più ricco e potente nei posti che contano”. Il Toro, per Cairo, è stato il trampolino di lancio, il mezzo, non il fine. Nella società granata non investirà mai un centesimo di quelli derivanti dalle sue attività, avendo capito che è una realtà che, con qualche sacrificio e senza puntare ad ottenere risultati sportivi di rilievo, si mantiene tranquillamente da se e se noi poveri tifosi illusi e delusi ci rodiamo il fegato, salvo poche eccezioni come quella di lunedì con la Lazio, pazienza.

In fondo, il calcio è soltanto un gioco, no?

Domenico Beccaria

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