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Basket | 15 maggio 2019, 10:57

Respinta la richiesta di asilo: la triste storia di Giangio, costretto a lasciare il basket e l'Italia

Il ragazzo senegalese considerato irregolare, nonostante si fosse perfettamente integrato nella comunità di Avigliana e avesse trovato un lavoro. L'amarezza dei compagni di squadra

Respinta la richiesta di asilo: la triste storia di Giangio, costretto a lasciare il basket e l'Italia

Una storia di sport e di amicizia. Ma stavolta senza il lieto fine. "Lo abbiamo saputo solo ieri. Gangio il nostro giocatore della squadra seniores UISP della Polisportiva Avigliana Basket ha dovuto lasciare l’Italia perché considerato irregolare sul territorio nazionale. Gangio era arrivato  da un paio d’anni  in Valsusa nel progetto di Accoglienza diffusa per richiedenti asilo, dopo aver affrontato il viaggio dal Senegal attraverso il deserto e l’inferno della Libia  per poi attraversare il Mediterraneo. La commissione che esamina le richieste di asilo, ha respinto per ben due volte la sua domanda e la settimana scorsa il giudice non ha ritenuto valida la richiesta di sospensiva del procedimento di espulsione, in attesa del ricorso in Cassazione".

Il post pubblicato dalla squadra di basket della polisportiva di Avigliana ha come protagonista Gangio, il cui soprannome con cui tutti conoscono Diop Ngange, 26 anni, senegalese, che in questi anni di permanenza in Valle di Susa si era molto ben integrato nel progetto e nella squadra, raggiungendo anche una buona conoscenza della lingua italiana. Nelle ultime settimane aveva anche trovato un’occupazione presso una cooperativa sociale, ma tutto questo non è stato sufficiente per garantirgli un permesso di soggiorno.

E questa è l'amarezza espressa dai suoi amici e compagni di squadra: "Non sappiamo se adesso senza Gangio saremo più sicuri in Italia o se qualche italiano vivrà meglio senza di lui. Noi sicuramente sappiamo che ci mancherà moltissimo e speriamo di poterlo riabbracciare presto e riaverlo in campo con noi. Buona fortuna Gangio con tutto il cuore!".

Massimo De Marzi

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