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Toro | 03 marzo 2020, 12:00

La solitudine di Belotti simbolo della crisi del Toro

Mai il centravanti era rimasto a digiuno per due mesi: i suoi gol fondamentali per uscire dalla crisi. Contro Udinese e Parma Longo si gioca molto in quattro giorni

La solitudine di Belotti simbolo della crisi del Toro

Una crisi senza fine che ha coinvolto anche il capitano e giocatore simbolo. In questo Toro che da un mese e mezzo a questa parte colleziona soltanto sconfitte il volto triste di Andrea Belotti è il simbolo della difficoltà granata.

Il Gallo non alza la cresta dal 5 gennaio, dalla doppietta che aveva steso la Roma nell’Olimpico giallorosso, una vittoria che sembrava il preludio a un 2020 ricco di soddisfazioni per lui e per la squadra. E invece il centravanti da allora non ha più trovato la porta avversaria e per il Toro presto è calata la notte.

Mai era successo, salvo i primi mesi in granata nell’autunno del 2015, quando Belotti era un giovane di belle speranze arrivato dal Palermo, che l’attaccante rimanesse a digiuno per così tanto tempo. Solo nel 2017 era stato due mesi senza segnare, ma aveva trascorso diverse settimane ai box, per l’infortunio che lo aveva costretto ad uscire in anticipo nella gara contro il Verona.

Se il Gallo non segna, però, nessuno può imputare qualcosa al giocatore, che è sempre esempio di generosità e di attaccamento alla maglia anche in questa fase così difficile. Il problema è che questo Toro che non ha uno straccio di gioco, questo Toro che andava malissimo nelle ultime settimane sotto la guida di Mazzarri e che Longo in questo mese non ha saputo ancora riportare in rotta di galleggiamento, mette il suo centravanti nelle peggiori condizioni per trovare la via del gol.

Spesso unico punto di riferimento offensivo, cercato pochissimo dalla fasce, costretto a ricevere il pallone spalle alla porta e molte volte anche lontano dall’area, persino per bomber più forti del Gallo sarebbe dura ricevendo un pallone a partita, per giunta dovendo districarsi contro due o tre avversari, visto che tutti hanno capito che limitando lui, si riduce quasi all’impotenza offensiva l’intera squadra.

Eppure mai come adesso sarebbe importante un segnale, una scintilla, un gol trovato anche in modo fortunoso per sbloccare Belotti e di conseguenza il Toro. Nonostante le sei sconfitte di fila in campionato, la situazione non è del tutto precipitata, ma guai a sbagliare anche le prossime due partite casalinghe contro Udinese e Parma: in quattro giorni, tra sabato (contro i fiulani) e mercoledì 11 (nel recupero coi ducali) la squadra di Longo si gioca punti pesantissimi per risalire la china e non essere definitivamente risucchiata nel gorgo della zona retrocessione.

Per una squadra che aveva iniziato l’estate disputando i preliminari di Europa League e che qualcuno – improvvidamente – aveva candidato per la lotta Champions, dopo le due vittorie iniziali contro Sassuolo e Atalanta, sarebbe clamoroso rischiare di finire in serie B.

Eppure trent’anni fa si diceva la stessa cosa per il Toro di Muller, Skoro, Comi e Cravero e tutti sappiamo come finì. Nel 2009, partita con l’obiettivo di essere la sorpresa del campionato, la squadra granata retrocesse, al culmine di un campionato fatto di sconfitte fragorose, errori e continui cambi di allenatore. Ricordare cosa è capitato nel passato è il primo comandamento per evitare che la storia si ripeta.

Massimo De Marzi

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